Nel suo articolo, Jerry Dunn torna su una domanda che gli viene spesso fatta: perché non indossa un orologio da corsa. Ritiene che questa scelta non abbia nulla a che vedere né con il “vecchio modo”, né con una mancanza di interesse per la distanza o il ritmo. La sua risposta è più diretta: dopo più di cinquanta anni, ha imparato a fidarsi di più del suo corpo che del suo polso.
Jerry Dunn colloca questa fiducia nel lungo periodo: sarebbe stata costruita “un miglio alla volta”, nel corso di maratone, ultra, avventure nel cross-country, successi e insuccessi, oltre a giornate in cui il suo corpo diventava il suo unico “coach”. Dice di aver smesso progressivamente di chiedere a un dispositivo come si sentisse, per rivolgersi invece a se stesso.
L’autore cita poi un esempio storico che rafforza la sua tesi: Miguel Induráin avrebbe corso senza cardiofrequenzimetri, senza sensori di potenza e senza app per ricordare quando mangiare. Induráin avrebbe portato panini con prosciutto avvolti in carta d’alluminio, banane, budino di riso e “anni di esperienza”. Se dimenticava prima di una salita, “pagava il prezzo”.
Tornando alla sua pratica, Jerry Dunn descrive una riduzione progressiva dei suoi gadget: niente orologio GPS, niente auricolari, niente musica, niente podcast, niente avvisi sul ritmo. Privilegia quindi ciò che osserva correndo: la respirazione, i passi e un “ritmo silenzioso”. Per lui si basa su un “compasso interno”: Power, Rhythm, Flow, Grace.
Infine, difende un’idea più ampia: la tecnologia può aiutare gli atleti, ma non deve diventare un padrone. Contrappone l’osservazione del corpo al desiderio di misurare tutto, citando GPS, frequenza cardiaca, scienza della nutrizione e sensori di potenza. Secondo lui, “il corpo non mente mai”, e la sfida consiste nel diventare abbastanza “silenziosi” da sentire ciò che dice.